Antonello Salis: l'infedele del jazz
7 febbraio 2005 - Palermo, Brass Group
di Antonio Terzo foto di Lucio Forte
La sua musica è rocciosa come il viso scavato dall'esperienza, l'arguzia musicale è quella del ragazzaccio impertinente e goliardico, ma anche autoironico, a cui piace stare al centro dell'attenzione, e lo sa fare anche bene, avendone i numeri: Antonello Salis, fisarmonicista e pianista (ma anche ex organista rock!), a margine di un concerto con il
P.A.F. tenuto per il Brass Group di Palermo, parla della propria musica che da oltre quarant'anni – portati con disinvoltura – lo colloca obliquamente (come la sua terra d'origine, la Sardegna, rispetto all'asse peninsulare) nell'ambito di tutto ciò che abbia a che fare, anche di striscio, con l'improvvisazione ed il jazz. Senza neppure sentirsi troppo jazzista.
A.T.:
Parti dalla fisarmonica per poi passare al piano: come mai?
A.S.:
Mah, direi per nausea da musica da fisarmonica, da quel mondo lì, volevo sentire altre cose che non riguardassero la fisarmonica, e così verso la metà degli anni '60 ho deciso di smettere di suonarla. Quindi al piano sono passato nei primi anni '70, prima ancora ho suonato l'organo Hammond per qualche anno, musica da ballo per tutt'Italia. La fisarmonica l'ho ripresa poi nei primi anni '80, quando m'è venuto in mente che forse
potesse essere usata per fini differenti dal punto di vista musicale.
A.T.:
Concettualmente, più che sotto il profilo tecnico, che differenza passa fra i due strumenti, nel modo in cui li suona Antonello Salis, il modo in cui li approccia?
A.S.:
Una differenza enorme, sono due mondi differenti nonostante si tratti di due strumenti a tastiera: la parte destra della tastiera poggia sullo stesso concetto, ma chiaramente la fisarmonica è uno strumento che ha un'altra sonorità, un altro approccio, ha altre caratteristiche di suono. Quindi si è portati ad arrivare a delle soluzioni differenti, per forza, anche se non volessi: fare alla fisarmonica le stesse cose che uno fa al piano è impossibile, vuoi per il suono, vuoi per la storia dello strumento. Poi io ho una mia opinione per quanto riguarda i due strumenti: quello che faccio con la fisarmonica non lo faccio con il pianoforte e viceversa. Oggi sento che ho bisogno dei due strumenti per completarmi, dove non arrivo con uno strumento arrivo con l'altro.
A.T.:
Che intendi con "opinione"?
A.S.:
Un'idea del modo in cui intendo suonare il pianoforte, ho dei riferimenti che costituiscono quello che sarebbe il mio linguaggio pianistico. Con la fisarmonica è tutta un'altra storia, e quando ho ripreso a suonarla, ho ovviamente tenuto conto di tutto quello che avevo assimilato in quegli anni.
A.T.:
E con quale dei due strumenti è avvenuto l'incontro con il jazz?
A.S.:
Con il piano, nei primi anni '70 già amavo il jazz alla follia, una cotta terribile… E non avrei mai pensato di riprendere la fisarmonica, dopo: è stata quasi una scommessa. Ho dovuto riappropriarmi di nuovo dello strumento, ho ricominciato da capo, ma con altre basi rispetto a quando avevo cominciato dieci anni prima.
A.T.:
I tuoi modelli?
A.S.:
Dal rock, che ho sentito in abbondanza da ragazzino e che ho anche suonato, fino alla musica etnica, di passaggio… E per musica etnica intendo quella di tutto il mondo, non solo quella sarda.
A.T.:
La fisarmonica nel jazz ha dei precedenti illustri: Kramer, Piazzolla…
A.S.:
Sì, ci sono dei fisarmonicisti di cui ho ovviamente sentito parlare, ma non ho mai ascoltato un disco. Non ho avuto neppure curiosità di ascoltarli, perché non mi interessava, preferivo seguire una mia strada… Ho ascoltato dopo
Kramer, ma non mi compete, non fa parte del mio
background, è un'altra era, ci sono altri punti di riferimento. Per esempio, quando ho ripreso a suonare la fisarmonica tutti mi parlavano di Astor Piazzolla, ma per me non ha niente a che spartire con il jazz: è Astor Piazzolla. Anni dopo m'è capitato di incontrare altri fisarmonicisti, di suonarci, Richard Galliano,
Marcel Azzola – abbiamo costituito un quartetto per qualche anno – e poi ho conosciuto dei fisarmonicisti a mio avviso bravissimi, che stimo molto anche se non voglio fare torto a nessuno degli altri che non conosco: si tratta di Luciano Biondini e Simone Zanchini.
A.T.:
Parliamo della tua esperienza con Lester Bowie.
A.S.:
Ho incontrato Lester Bowie nel '77 e ci ho suonato per un mese, subito, brutalmente: per me è stato un musicista molto importante. Poi ho conosciuto i suoi compagni dell'Art Ensemble of Chicago, con i quali ho pure suonato, ma Lester Bowie sicuramente è uno che mi ha segnato per un certo periodo, mi ha suggerito delle cose, una strada… Tant'è vero che all'epoca già da anni esisteva il trio
Cadmo [con Mario Paliano e Riccardo Lay, nd.r.], e quando è arrivato Lester Bowie, l'aver fatto dei concerti con lui ci ha in qualche modo dato degli stimoli, degli input, e ci siamo ritrovati a cambiare direzione.
A.T.:
Avete aggiungo dei fiati…
A.S.:
Sì, esatto, quella è stata una prima soluzione, abbiamo sentito l'esigenza di strumenti a fiato. Ci ha trasmesso un diverso approccio con la musica, con la materia musicale, delle soluzioni differenti rispetto a quelle adottate fino a quel momento.
A.T.:
Il tuo debutto discografico in piano solo è invece del 1978 …
A.S.:
Il disco in piano solo è dell'80, registrato in Svizzera, ma la prima volta che ho azzardato il piano solo, la prima esperienza, è proprio del '78… Se non lo hai mai fatto è impegnativo. In un gruppo ci si divide le responsabilità, mentre suonare da solo significa che devi badare a tutto, devi essere intenso.
A.T.:
Ti consideri un jazzista a tutti gli effetti?
A.S.:
No, mi considero un musicista, perché in realtà sono un "infedele", avendo praticato varie musiche, varie espressioni del fare musica, quindi non avrei potuto essere un jazzista in senso ortodosso, ho sempre pensato che se ti infili in una strada precisa, ti perdi tutta un'altra serie di cose… È la mia opinione, un altro musicista non avrebbe questo tipo di preoccupazione, io invece l'ho avvertita perché a me piacciono varie altre cose, e non mi vedo chiuso nel ruolo di jazzista in senso stretto.
A.T.:
Ma cosa è allora che rende "jazz" la musica di Antonello Salis?
A.S.:
Gli elementi di jazz che ci sono nella mia musica, ho ascoltato molto bebop, dixieland,
Coltrane, Parker, Mingus… Per forza di cose ci sono delle influenze di jazz…e di altro.
A.T.:
L'improvvisazione è un aspetto fondamentale della tua musica: è questo che ti ha condotto verso il jazz ed il free in particolare?
A.S.:
Assolutamente, quello è il collante, unisce il tutto… C'è una buona componente di improvvisazione, ho coltivato vari aspetti della musica, e moltissimo l'improvvisazione, alla fine degli anni '70 e anni '80… Improvvisazione totale, senza riferimenti, senza temi…
A.T.:
Creazione estemporanea…
A.S.:
Esatto… Ed è un aspetto della musica.
A.T.:
Sei coinvolto in tantissimi altri progetti: intanto questo con il P.A.F.; alle origini non aveva la "A" centrale, nel senso che sei subentrato in seconda battuta.
A.S.:
All'inizio era un duo infatti, poi è diventato un trio, la prima volta che Paolo
e Furio mi hanno chiamato pensando di fare un concerto con me come ospite. Poi l'esperienza non si è limitata a quel concerto lì, e così da duo è diventato un trio.
A.T.:
Cosa t'ha fatto buttare a capofitto in questo particolare gruppo, che sembra perfettamente attagliarsi al tuo profilo di musicista?
A.S.:
Sentivo che andavo a completare una cosa, non che mancasse, loro già suonavano in duo… Poi anche per loro evidentemente è stata una buona idea quella di richiamarmi a suonare, e quindi abbiamo deciso così. Ma poi sai, le cose funzionano, ci sono delle idee in comune, e infatti con il
P.A.F. mi ritrovo a suonare come ho suonato con il quintetto Cadmo, perché anche allora ricordo che non facevamo nessuna scaletta. Qui abbiamo del materiale, ma esso viene disposto in maniera sempre diversa durante i concerti. Questo è molto stimolante, perché uno cerca di sfuggire il più possibile a qualsiasi forma di routine.
A.T.:
Poi il recente duo con Angeli per MA.RI. (Auand), dove pure c'è molta estemporaneità…
A.S.:
Ovviamente in base ai partners con cui si suona, si ha un differente linguaggio. Se suono con Fresu è una cosa, mentre con Angeli suono in modo diverso, lui poi suona una chitarra particolare, per cui facciamo attenzione alle sonorità, sfruttiamo l'aspetto timbrico… Ti regoli in conseguenza, certo con Furio e Paolo c'è più storia in comune…
A.T.:
Ma questo del MA.RI. è stato episodico o si tratta di un progetto stabile che vedrà altre sortite?
A.S.:
Il duo è nato dal vivo, non siamo entrati in studio per fare quel disco, abbiamo raccolto varie cose di concerti in località differenti, abbiamo visto quali cose potessero essere più credibili, abbiamo fatto dei tagli, un po' come si fa nel cinema… Ci può essere un seguito, se ci capitano dei concerti li facciamo volentieri, fa parte delle cose fisse.
A.T.:
Dicevamo dei tanti progetti…
A.S.:
Sì, c'è un trio con Lello Pareti ed un sassofonista toscano, Stefano Cantini…
A.T.:
"Cocco"?
A.S.:
Già, lui… un trio, con cui ho fatto un disco per l'Egea, dove suono solamente la fisarmonica. Ci sono vari duetti, quello con Sandro Satta, mio compagno di viaggio di sempre, il duo pianistico con Stefano Bollani. Poi qualche volta suono con
Han Bennink, un batterista olandese dell'area creativa, musica improvvisata europea.
A.T.:
E il quartetto di fisarmoniche con Richard Galliano,
Marcel Azzola e Gianni Coscia?
A.S.:
No, quello è finito… Ci sono cose che hanno un ciclo più lungo altre meno…
A.T.:
Ma pure cinema (le rivisitazioni di Chaplin e Rota), teatro, l'esperienza con la coreografa americana
Roberta E. Garrison…
A.S.:
Sì, ed anche la Teri Weichel, un'altra coreografa californiana… Più recentemente ho eseguito un pezzo nell'ultimo disco di
Roy Paci, qualche anno fa anche con Vinicio Capossela…
A.T.:
In pratica Salis non sta fermo un attimo. È l'esigenza di esprimersi continuamente oppure la continua ricerca della "dimensione più congeniale"?
A.S.:
Semplicemente a volte fanno delle proposte e tu vagli se è il caso o meno… Ci sono tante cose che non accetto, una volta capito di che si tratta posso decidere se farle o no. Meno male! Altrimenti sarebbe dura dover accettare qualunque cosa, perché si è professionisti e si deve mangiare. Invece se si riesce a mangiare suonando le cose che piacciono di più, è ancora meglio…
A.T.:
Che musica ascolti normalmente?
A.S.:
Di tutto, da Mussorgskij ai Dj... A proposito c'è un progetto che andrà avanti, senza nessuna fretta, un trio tecnologico, elettrico, con due musicisti romani che vengono dal rock, il tastierista
Gianluca Meloni ed il chitarrista elettrico Dino Sabatini, bravissimi ad usare il computer, con i quali ho già fatto due performances e qualche altra ne faremo la prossima estate. Non è certo una cosa da canale jazz, è una musica trasversale, dove usiamo delle basi registrate, dei loop, una musica da volume sostenuto…
A.T.:
Un disco che vorresti da sempre fare e ancora non hai fatto…
A.S.:
Non ho particolari voglie per il momento. Prima o poi tornerò con qualche altro disco in solo, ma più in là.
A.T.:
Solo piano?
A.S.:
Forse anche solo fisarmonica, ma non so ancora… Ripensandoci, faccio mio un consiglio che mi è giunto da Danilo Rea qualche giorno fa, a Milano, in occasione di una serata dedicata a
Bedori, in cui l'orchestra di Enrico Intra ha eseguito composizioni di una decina di ospiti (Danilo, Gianluca Petrella, Furio Di Castri,
Guido Mazzon e me), ri-arrangiate per quella situazione lì. E Danilo mi ha suggerito l'idea di fare un disco fisarmonica ed orchestra… Potrebbe essere!
A.T.: Hai già dei precedenti, ma se dovessi formare un duo fisarmonica/piano, a chi ti rivolgeresti?
A.S.:
Come pianista tra gli italiani non avrei nessun dubbio, Stefano Bollani, perché già suono con lui…
A.T.:
Ti sei subito identificato nel fisarmonicista… E invece al contrario, se tu suonassi il piano, chi sarebbe il fisarmonicista?
A.S.:
Nel trio con Simone Zanchini e Han Bennink, suono solo il piano, perché Simone basta e avanza!
A.T.:
Cosa prende dalla musica Antonello Salis?
A.S.:
È la benzina per vivere, non solo nel senso del pane da mangiare, piuttosto in senso mentale.
A.T.:
E cosa vuol lasciare nella musica?
A.S.:
Vorrei lasciare delle buone sensazioni, un buon
feeling, vorrei che la gente stesse bene quando mi ascolta, almeno in quel momento. Per fortuna non ci penso, non è che la gente abbia bisogno per forza della mia musica… Io mi ci metto in maniera umile: è questo quello che ho!
16/07/2011 | Vittoria Jazz Festival - Music & Cerasuolo Wine: "Alla quarta edizione, il festival di Vittoria si conferma come uno dei più importanti eventi musicali organizzati sul territorio siciliano. La formula prescelta dal direttore artistico è quella di dilatare nel tempo gli incontri musicali, concentrandoli in quattro fine settimana della tarda primavera, valorizzando uno dei quartieri più suggestivi della città, la restaurata Piazza Enriquez, e coinvolgendo, grazie a concerti e jam session notturne, una quantità di pubblico davvero rilevante, composto in parte da giovani e giovanissimi, portatori di un entusiasmo che fa davvero ben sperare sul futuro del jazz, almeno in questa parte della Sicilia." (Vincenzo Fugaldi) |
05/09/2010 | Roccella Jazz Festival 30a Edizione: "Trent'anni e non sentirli. Rumori Mediterranei oggi è patrimonio di una intera comunit? che aspetta i giorni del festival con tale entusiasmo e partecipazione, da far pensare a pochi altri riscontri". La soave e leggera Nicole Mitchell con il suo Indigo Trio, l'anteprima del film di Maresco su Tony Scott, la brillantezza del duo Pieranunzi & Baron, il flamenco di Diego Amador, il travolgente Roy Hargrove, il circo di Mirko Guerini, la classe di Steve Khun con Ravi Coltrane, il grande incontro di Salvatore Bonafede con Eddie Gomez e Billy Hart, l'avvincente Quartetto Trionfale di Fresu e Trovesi...il tutto sotto l'attenta, non convenzionale ma vincente direzione artistica di Paolo Damiani (Gianluca Diana, Vittorio Pio) |
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Data pubblicazione: 07/03/2005
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