Rosario Giuliani
presenta il suo ultimo lavoro discografico
"The Hidden Side"
martedi 8 marzo ore 21

Rosario Giuliani sassofoni - Alessandro Lanzoni pianoforte - Luca Fattorini contrabbasso
- Fabrizio Sferra batteria
con la partecipazione di Paolo Damiani violoncello, Marcella Carboni arpa
Auditorium Parco della Musica Teatro Studio, viale P. De Coubertin 30 - Roma
"Rosario is one of my favorite saxophonists on the scene
now. He is completely rooted in the tradition but with his own way of playing contemporary
styles with a great sound and technique on the horn. This CD has some very interesting
and contrasting settings that show Rosario's versatility and maturity as a bandleader.
Highly recommended". —> David Liebman
Parco della Musica Records presenta "The Hidden Side", il nuovo disco del
sassofonista Rosario Giuliani, accompagnato da un inedito trio formato dal
batterista Fabrizio Sferra, storico compagno di tanti progetti precedenti
e due giovani musicisti come Alessandro Lanzoni al pianoforte e Luca Fattorini
al contrabbasso.
Al trio si aggiungono due ospiti: Paolo Damiani al violoncello e Marcella
Carboni all'arpa.
"Il titolo del disco e quelli delle tracce – spiega Giuliani – descrivono perfettamente
la natura di questo progetto, differente da ogni altro mio lavoro precedente. La
sua essenza è nella ricerca di un rapporto nuovo con la musica, l'esplorazione di
una zona nascosta e sconosciuta di essa e quindi allo stesso tempo di una parte
nascosta e sconosciuta di me. Per fare questo mi sono preso dei rischi, concependo
alcuni brani senza forma, strutture armoniche e ritmiche precise. E l'ho potuto
fare grazie alla grande apertura mentale e disponibilità dei musicisti che ho scelto
che si sono immedesimati e hanno contribuito alla realizzazione di questo disco".
****
A sfogliare le pagine di un dizionario, la voce "nascosto" non regala particolari
emozioni, o sorprese, o significati (appunto) appartati, solitari, desueti. Il senso,
però, che al termine vuol attribuire Rosario Giuliani con questo suo nuovo, emozionante,
lavoro, va al di là delle convenzioni, e delle attese. Perché la parte che viene
sottratta alla vista, il lato oscuro al quale, lungo tutto l'arco del disco, il
sassofonista allude, è qualcosa d'altro. Arriva, cioè, da un'epifania, dalla manifestazione
di un nuovo orizzonte, dall'aprirsi – improvviso – di nuove prospettive. Dallo sbocciare
di pratiche della creazione, della visione, e dell'ascolto alle quali Giuliani si
è avvicinato con la cautela di chi è abituato a soppesare ogni gesto, ma con la
curiosità che rende grande un'artista, costringendolo quasi a una curiosità febbrile
e spasmodica verso mondi e orizzonti lontani.
L'epifania è la scoperta, elementare e semplice, di un'idea musicale appartata,
fatta di ragionamenti ai quali il musicista pontino non era prossimo, ma dentro
la quale si è proiettato senza schermi, o corazze. Partecipando a una registrazione
di Paolo Damiani, si è materializzato l'incontro – l'epifania, appunto – con una
musica diversa, che forse rappresentava la parte nascosta di quella che Giuliani
aveva sempre frequentato e scritto. Un impianto dentro il quale far muovere le idee,
i suoni e i ritmi come pedine di un risiko dell'anima, in cui gli spazi non si occupano
ma si controllano, in cui la strategia non è vincere, ma abbandonarsi al piacere
del canto sospeso, del gesto accennato, dell'alea.
Come conciliare, dunque, questa diversa prospettiva dentro un quadro di riferimento
– emotivo prima che musicale – del tutto nuovo? Come trovare i tratti comuni per
identificare sia il percorso regolare che l'imprevista deviazione? Sta tutto qui
il (gioco di) prestigio che Rosario Giuliani estrae dal cilindro: non un trucco,
sia chiaro, e neanche un'illusione, quanto piuttosto la creazione ex novo di un
sistema di significati debordante, affrontata senza pudore, cercando oltre le consuetudini
la parte nascosta di qualcosa che si è sempre visto parzialmente, di cui non si
è talvolta avuta la capacità di guardare oltre, o attraverso.
Tradurre in musica una simile congerie di sensi non era facile. Per farlo, Giuliani
ha dapprima inventato un suono, una cubatura timbrica, un sostegno sonico capace
di essere elastico e cedevole al tempo stesso: resiliente. La presenza del violoncello
e dell'arpa – nelle mani, rispettivamente, di Paolo Damiani e Marcella Carboni –
è solo un indizio; la prova del ragionamento è nella scelta della sezione ritmica,
costruita con altrettanta geniale lungimiranza, e ottenuta alchemicamente contrapponendo
il più immaginifico, icastico e visuale dei batteristi italiani, Fabrizio Sferra,
al giovanissimo pianista Alessandro Lanzoni, dal timbro ossimoricamente brillante
e pensoso, e all'eclettico Luca Fattorini, a suo agio sia con lo strumento elettrico
che col contrabbasso.
Sistemato il presupposto timbrico, Giuliani ha composto musiche che sorprenderanno
l'abituale ascoltatore, abituato forse a un jazz più muscolare, energico e vibrante.
Ragionando sugli spazi, il sassofonista ha esplorato un versante diverso e pieno
di promesse, sperimentando forme e vuoti, lavorando su ritmi e armonie, così come
sulla loro assenza. Un affresco emozionale, dentro il quale il rischio, il gioco,
l'alea e la poesia abitano con le stesse credenziali.
Per un progetto così personale, quasi privato, Giuliani non si è limitato a comporre:
ha anche immaginato una sorta di musica a programma. I titoli del disco alludono
a molte delle cose con le quali perdiamo contatto: la forza dell'amore, la magia
dei colori, una voce ascoltata e forse dimenticata, il cielo la luna e le stelle.
Ogni brano è l'invito a guardare, osservare, cercare, se è il caso, la parte nascosta
delle cose, i sensi più riparati, i lati invisibili. A non fermarsi all'apparenza.
Tutti, tranne l'ultimo. Tamburo, infatti, è dedicato a Marco Tamburini. Ma sappiamo
che Marco non se n'è andato, come tutti credono. Semplicemente, da qualche parte,
si è nascosto.
Vincenzo Martorella
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Giorgia Mileto
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