New CD Odwalla "Uomo Invisibile" Invisibili o trasparenti ? La musica, per gli Odwalla, è ciò che non è per gli altri: è per questo che la complicità con il pubblico, conquistata nel tempo, nasce dall’albero dell’arte come se fosse resina. L’autodifesa della natura – la resina protegge la pianta dagli attacchi esterni – preserva il suono. Vedere e osservare, sentire e ascoltare non sono sinonimi dello stesso senso, e con “L’Uomo Invisibile” gli Odwalla intersecano il loro pensiero tra l’incomunicabilità di oggi e quella che dovrebbe essere la vera necessità dell’uomo contemporaneo: svelare se stesso per come è.
Massimo Barbiero propone due modelli sui quali riflettere: “Uomo invisibile” di Ralph Waldo Ellison (l’invisibilità al mondo e a sé stessi in una società appariscente e continuamente sotto osservazione) e “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen (l’omologazione al pensiero e al gusto dominante come altra forma di cecità collettiva). Un altro riferimento non guasterebbe: “L’uomo a una dimensione” di Herbert Marcuse è il completamento di un’epoca nella quale la spersonalizzazione si fa forte di una tecnologia strumentale al consumismo e alla docilità di un uomo piegato nel ventre della precarietà.
Barbiero non è nuovo a queste riflessioni forse, e soprattutto, a ragione di quella Ivrea culla dell’impresa-società (non sarebbe lo stesso dire società-impresa) olivettiana. L’utopia, per anni, aveva soddisfatto le pretese del sogno: quello di vedere realizzata la felicità dell’uomo come essere sociale. Ora, chiamati al compito che l’artista ha di riflettere e far riflettere, gli Odwalla intervengono ancora sulla cultura della fragilità, della frammentazione e della massificazione. Questo l’impianto del lavoro; diciamo, la teoria. La pratica, che in questo caso passa attraverso le vibrazioni del suono e le membrane del tempo, è diversa. La critica feroce e appassionata de “L’Uomo Invisibile” si riverbera nelle scelte artistiche di un ensemble che riesce ancora ad essere un’isola di spontaneità.
Disco libero e fecondo, profondo e cosmopolita, atavico e metropolitano, “L’Uomo Invisibile” è capace di raggiungere livelli di virtuosismo pulito dalla spettacolarizzazione dell’arte. L’annullamento, negli Odwalla, si sposa sempre con la folgorazione dell’attimo creativo: togliere di mezzo il superfluo per arrivare all’essenziale. Certo, direte voi, l’essenziale non accetta di buon acchito i brani di 8, 9 o 12 minuti. Ma l’essenziale, in questo caso, è il racconto con tutto il suo prologo, la sua trama e la sua fine. Perché ogni brano degli Odwalla è una composizione cifrata nella quale, però, l’ascoltatore ci si ritrova e si costruisce il suo mondo. Ed è meraviglioso accorgersi di quanto il controllo tecnico dello strumentista, in tutto questo, non costringa gli altri a seguirlo ma li inciti nel confronto e nella dialettica artistica.
“La verità è luce e la luce è verità”, scriveva Ellison: questo è la cinghia di trasmissione di tutto questo lavoro. Possedere la musica è rinunciare a se stessi: non ho mai provato una sensazione così forte di fronte ad un lavoro degli Odwalla. L’esaltazione sganciata da qualsiasi pregiudizio, conoscenza o retorica espressiva. La musica, un tessuto esistente, questa volta non solo mi sorride e mi accompagna ma mi spinge come un reattore. E non sono solo le percussioni, le linee intersecanti tra la marimba e il vibrafono di Barbiero e Cigna, tra le batterie e i tamburi. Sono le voci trasparenti e anarcoidi, giunte allo zenith dell’interpretazione di questa società che urla perché non sa urlare e che decresce perché è spaventata dai crescendo, dalle giuste e sane temperie del cuore, dal maledetto/benedetto vizio dell’uomo di un tempo: pensare.
Non si tratta di uno spostamento del baricentro degli Odwalla (concetto sul quale insistetti nel saggio contenuto nel libro “Massimo Barbiero: Sisifo, la fatica della ricerca”, Edizioni Del Faro) ma di un loro assestamento verso quella poetica che traduce una certa anima africana così come l’avrebbero vissuta Igor Stravinsky e, forse con un accenno più folclorico seppur trasfigurato, Edgard Varèse.
La misura con la quale confrontarsi è però sempre quella dettata dall’Art Ensemble of Chicago: non lo stile, ma il modo con il quale si affrontano la cultura e il folclore. Sono questi a scivolare dalla tradizione dell’antichità ai non-luoghi del nostro nuovo mondo sociale. E questi sono, per gli Odwalla, non il ricalco dell’esistente ma la sua re-interpretazione. E’ qui che la poliritmia si fa contrappunto e il suono è gesto. Perché nella società dei desideri, l’ensemble Odwalla va alla ricerca di un equilibrio e di una forma non accennate ed edulcorate per il semplice fine di piacere, ma compiute e resistenti al dominio del conformismo. Ecco perché le voci hanno il compito di resuscitare, inondare sapientemente, inglobare o spezzare facilitando il rapporto tra musica e musica (quella percepita e percepibile) e tra spazio e spazio (quello della realtà e quello del sogno). Le voci come un muro trasparente e comunicante che trasporta un suono palpabile, pronto ad essere spolpato e assunto nell'intimo: c’è così tanta forza in questo concerto da sentirsi strappare il cuore. L'unico organo umano che soffre della sua invisibilità. Davide Ielmini – Varese 12.07.2015
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