
Teatro Franco Parenti
Via Pier Lombardo, 14 Milano
Domenica 1 febbraio 2015, ore 11.00
Kenny Werner Trio
pianoforte
Kenny Werner
contrabbasso
Johannes Weidenmueller
batteria
Ari Hoenig
Dal 1° febbraio 2015 il Teatro Franco Parenti di Milano accoglierà sul suo
palcoscenico cinque concerti dedicati al grande jazz e alla musica improvvisata,
inaugurando così una rassegna che, anche per orario (la domenica mattina,
alle ore 11.00), prosegue idealmente e concretamente una consolidata collaborazione
con "Aperitivo in Concerto", storica manifestazione musicale milanese che
si tiene da decenni al Teatro Manzoni di Milano.
Il Teatro Franco Parenti con questa nuova rassegna concertistica si propone
di diventare uno dei luoghi di riferimento per il pubblico milanese appassionato
e più attento alle vicende della cultura dei nostri tempi. Il jazz, con le sue molte
derivazioni, rimane il linguaggio musicale più rappresentativo del XX secolo e ancora
oggi contribuisce in modo determinante a delineare la colonna sonora della nostra
contemporaneità.
La nuova serie del Teatro Franco Parenti, nata da una collaborazione con "Aperitivo
in Concerto" e con il suo direttore artistico Gianni Morelenbaum Gualberto, intende
accogliere il meglio dell'attuale "mainstream", cioè della rilettura, in chiave
moderna e contemporanea, della tradizione improvvisativa africano-americana, rivolgendosi
a una platea che, attualmente, non trova a Milano numerosi riscontri. Quel pubblico
può essere sicuro che al Teatro Franco Parenti troverà ogni volta artisti indiscutibilmente
fra i più originali, creativi e significativi.
Come nel caso del primo concerto (1° febbraio, ore 11) che ospita il trio
di un artista di straordinaria levatura, KENNY WERNER.
All'apice di una carriera ormai ultra-quarantennale, Werner è un'icona del pianismo
jazz contemporaneo, avendo contribuito, al fianco dei più importanti musicisti di
fine secolo, all'evoluzione del linguaggio jazzistico con infallibile virtuosismo
e con un affascinante e raffinato senso poetico che si esprime grazie a un lirico
flusso di idee e a un tocco delicato quanto ricco di colori e sfumature.
Attivo dalla seconda metà degli anni 70, Werner ha collaborato tra gli altri con
Charles Mingus, Thad Jones, Archie Shepp, Mel Lewis Big Band, Joe Lovano, Bob Brookmeyer,
Ron Carter, Lee Konitz, Joe Henderson, Tom Harrell, John Scofield e Toots Thielemans.
Dotato di squisita sensibilità e di un impressionante senso ritmico, Werner è in
grado di far convivere la complessità dell'improvvisazione jazzistica con la sofisticazione
del pensiero armonico accademico. Tutto ciò ne fa un artista completo, capace di
comunicare direttamente, e con profonda emotività, anche con un pubblico non avvezzo
alla musica improvvisata, alla composizione istantanea. Werner è soprattutto un
musicista dallo spiccato senso narrativo, capace di individuare nel corso delle
proprie esibizioni percorsi musicali non scontati, senza perdere mai di vista il
disegno complessivo della forma, in una creazione collettiva di raro fascino. I
notevoli mezzi tecnici di cui dispone e una visione della musica fortemente spirituale
e influenzata dallo Zen, vieppiù nutrita da una vasta cultura e dalla approfondita
conoscenza della tradizione, assieme all'incessante spirito creativo, fanno di Kenny
Werner uno di quei musicisti per i quali gli stili non diventano mai stilemi, ma
elementi attraverso i quali esprimere con originalità la propria personale esperienza
creativa.
In tempi recenti il pianista è ritornato a unirsi agli straordinari musicisti con
i quali aveva già guidato un trio alla fine degli anni Novanta: il contrabbassista
Johannes Weidenmueller (che vanta collaborazioni con Hank Jones, Ray Barretto,
Carl Allen e Vincent Herring, John Abercrombie, Joe Lovano, Brad Mehldau, George
Benson, John Scofield, Dewey Redman, Randy Brecker, Kenny Wheeler, Toots Thielemans,
Wynton Marsalis, Joshua Redman, Gary Bartz, Johnny Coles, Clifford Jordan, Joe Chambers)
e il batterista Ari Hoenig, autentico fuoriclasse dello strumento, già collaboratore
di artisti quali Jean Michel Pilc, Chris Potter, Kurt Rosenwinkel, Joshua Redman,
Wayne Krantz, Mike Stern, Richard Bona, Pat Martino, Dave Liebman, Bojan Z, Herbie
Hancock, Ivan Lins, Wynton Marsalis, Toots Thielemans, Dave Holland, Joe Lovano,
Pat Metheny, Gerry Mulligan.
Gli altri appuntamenti:
Steve Kuhn (4 maggio) e il sassofonista Lew Tabackin (12 aprile)
(sia quest'ultimo che Kuhn sono inoltre assenti da lungo tempo da Milano), cui si
aggiungeranno due figure di notevole importanza per la musica improvvisa dei nostri
giorni: il già affermatissimo chitarrista Peter Bernstein (22 marzo) e il
più giovane sassofonista Logan Richardson (26 aprile), protagonista di un
gruppo come Next Collective, recentemente acclamato dalla critica e dal pubblico
internazionale.
Biglietti €15
Abbonamento (4 concerti su 5) €44
INFO E PRENOTAZIONI
Teatro Franco Parenti
via Pier Lombardo, 14
tel. 02 59995206
e-mail
biglietteria@teatrofrancoparenti.it
Scopri l'intero programma >>
(http://www.teatrofrancoparenti.it/?p=programma-filoni&tag=cat_musica)
ORARIO BIGLIETTERIA
Lunedì dalle 16 alle 19.30;
da Martedì a Sabato dalle 10 alle 14.30 e dalle 16 alle 19.30
Domenica dalle 10 alle 14.30
APPROFONDIMENTO
Il trio con pianoforte è una delle formazioni più "classiche" in ambito jazzistico
e improvvisativo; vanta, perciò, una letteratura consolidata che ha le sue massime
espressioni nelle formazioni guidate da Oscar Peterson, Ahmad Jamal, Bill Evans
e, in tempi più recenti, Keith Jarrett (che ha quasi esaurito le possibilità di
tale formato) e Brad Mehldau. Ad essi potrebbe aggiungersi una pletora di altre
esperienze, come quelle di Wynton Kelly, Herbie Nichols, Erroll Garner, Elmo Hope,
Sonny Clark, Bud Powell o Phineas Newborn, o come quelle, numerose ma meno specificamente
legate al tipo di organico, di artisti assai diversi fra di loro come Hank Jones,
Tommy Flanagan, Mary Lou Williams, Don Friedman, Denny Zeitlin, Steve Kuhn, Hampton
Hawes, Chick Corea, Cedar Walton fino a Mal Waldron, Kenny Barron, James Williams,
John Hicks, Albert Dailey, Abdullah Ibrahim, Eric Reed, Fred Hersch, Craig Taborn
(per non citare anche artisti europei come Joachim Kuhn, Wolfgang Dauner, Bobo Stenson,
Esbjorn Svensson, Tord Gustavsen) e, fra i tantissimi (da John Young a King Fleming),
persino Cecil Taylor. E certamente non va dimenticata la sofisticata esperienza
del trio Bad Plus con Ethan Iverson, così come alla memoria non deve mancare
l'opera di Paul Bley, forse fra le più influenti per ciò che concerne la nostra
contemporaneità.
Il contributo di Kenny Werner alla storia della musica improvvisata non si ferma
certo solo al formato del trio, ma è indiscutibile che all'interno di tale formula
questo pianista extraordinaire ha saputo offrire nuove idee, nuove soluzioni.
Egli stesso rivela le fondamenta di questo suo approccio, quando confessa di non
amare il recital solitario perché there's no one to react to, non vi è nessuno
cui reagire. Il trio, dunque, come equilatero triangolo di interplay, da
affrontare con un'acuta percezione delle proporzioni, degli echi e dei rimandi all'interno
di un dialogo, del riverbero reciproco che avviene nello scambio continuo di idee,
un eloquio intessuto da onde concentriche che si incrociano e si sovrappongono:
Werner è un poeta Zen, che trova -con sublime autocontrollo e attentissima percezione
della realtà e dei suoi flussi- ordine nel caos. Un pianismo che guarda al mondo
con lirismo ma anche un acuto senso della prospettiva, attento a non perdere il
minimo indizio d'interesse, di curiosità, di bellezza o di sorpresa. Con un sereno
senso di anticipazione che ha spinto l'artista, di fronte alla morte di una figlia
in giovane età, a scrivere un lavoro intitolato "No Beginning, No End" (Nessun Inizio,
Nessuna Fine) in cui egli prova a immaginare what music might sound like on the
other side, that wondrous place where souls dwell between assignments ("come
possa essere la musica nell'aldilà, in quel meraviglioso luogo in cui le anime dimorano
fra un mutamento e l'altro").
Per quanto Werner conosca profondamente la tradizione musicale americana e altresì
quella jazzistica (e va notata la straordinaria varietà e intensità ritmica che
anima il suo mobilissimo discorso musicale), egli sembra appartenere a un'altra
realtà, peculiare, interamente propria, originale, priva di possibili paragoni (per
quanto, ovviamente, egli abbia inizialmente agito in un contesto che esplorava la
lezione di improvvisatori come Chick Corea, Herbie Hancock, McCoy Tyner e Keith
Jarrett), in cui è fortemente strutturato il senso narrativo: ogni brano –che sia
proprio, di un altro autore o che sia un conosciutissimo standard- è un racconto
ex-novo, con la sua trama e le sue diramazioni, con i suoi picchi e le sue valli,
in un continuo, ritmico muoversi fra drammatiche vedute d'insieme e l'improvviso
dettagliarsi minuzioso di un particolare per procedere a improvvisi, ineffabili
squarci melodici che suonano malinconici come l'infrangersi solitario di un cristallo.
Non v'è nulla di lezioso soprattutto, così come nel pathos che spesso si sprigiona
non v'è nulla di retorico. Perché da grande interprete Werner s'è andato trasformando
in un superbo compositore, più interessato all'essenza del racconto che al modo
di narrarlo, un approccio che richiede la capacità di dire il non detto e il mai
detto, la volontà e la capacità di trasformare le illusioni in realtà: Les grand
artistes sont ceux qui imposent à l'humanité leur illusion particulière, scriveva
Maupassant.
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